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IL CINEMA NASCE CORTO
IL CINEMA FANTASTICO DELLE ORIGINI

a cura della saggista e critico cinematografico Mariangela Sansone

La saggista e critico cinematografico Mariangela Sansone ci guida alla visione, musicata dal vivo, dei migliori corti fantastici di inizio secolo, da Méliès a Segundo de Chomón.
XXIII EDIZIONE 2016
CORTO IMOLA FESTIVAL
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si vota dal 8 al 13 dicembre

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La Manifestazione, ideata e diretta
da Franco Calandrini, organizzata da StartCinema,
promossa dall'Assessorato alla Cultura
del Comune di Imola,
con il contributo Regione Emilia Romagna,
Aurora Seconda, Teatro Ebe Stignani
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IL CINEMA NASCE CORTO


IL CINEMA NASCE CORTO
IL CINEMA FANTASTICO DELLE ORIGINI

a cura della saggista e critico cinematografico Mariangela Sansone

La prima funzione del cinema era di ricreare la vita, impressionarla per sempre su pellicola, riprodurla infinite volte; rincorrere il riflesso di una luce distante, catturarlo, custodirlo e ricordarlo, il cinema è il più grande specchio del mondo. Sin dai suoi albori, d’altro canto, si comprende l’innata capacità del cinema di dare forma all’irreale, di creare un mondo separato che è insieme immagine della vita ed astrazione da essa. La finzione scenica, in cui si muovono presenze fantasmiche costruttrici di sogni, ha una matrice reale che plasma una materia onirica, un viaggio in un “oltre” che è evasione. Il fantastico irrompe nella storia del cinema come la necessità impellente di aggiungere magia allo sguardo, allestire una dimensione parallela in cui la fantasia possa liberare la mente ed allargare gli orizzonti visivi. Il bisogno di manipolare l’immaginario è subito avvertito da quei registi che, per primi diedero forma alla materia filmica, plasmando la realtà, modellandola, dandole una nuova dimensione spaziale e temporale, sperimentando nuovi linguaggi. Il cinema è un occhio, che riempie lo schermo, fisso sullo spettatore; si rivolge verso l’esterno, osservato e osservante.  


Come l’occhio di Dziga Vertov, nel suo L’uomo con la macchina da presa (1929). Gli occhi osservanti, come quelli di Rien que les heures (1926) di Alberto Cavalcanti o quelli daliniani nella sequenza onirica di Io ti salverò (1945) di Alfred Hitchcock o, ancora, l’occhio reciso dalla lama di un rasoio, come in Un chien andalou (1929) di Luis Buñuel, rendono incerti i confini tra reale ed onirico, separando piani paralleli che finiscono poi per confondersi, scivolando l’uno nell’altro. È soprattutto con le invenzioni di montaggio che il cinema diventa magia e dal 1898 il mezzo espressivo vola, quando l’attenzione dei cineasti si sposta dalle apparecchiature alle riprese. Se i Lumière furono i primi documentaristi, con Méliès il cinema si accende di fantastico e grazie alle sue creazioni ed accidentali scoperte lo ricordiamo come il primo regista di effetti speciali. Le vedute Lumière si rivelarono il mezzo migliore per riprodurre l’effimero e il fugace, come ha sottolineato Jaques Aumont, nel suo L’occhio interminabile. Esse rendono possibile ciò che la pittura impressionista dell’epoca, da Turner fino a Monet, si sforzava di riprodurre: il movimento delle nuvole, le volute di fumo. L’inquadratura è di rado frontale, l’operatore privilegia l’angolatura diagonale, in moda tale da porre in evidenza la prospettiva e la linea di fuga, come nel celebre L’arrivo di un treno nella stazione di La Ciotat del 1895. La maggior parte delle vedute Lumière appartiene a quello che, negli anni successivi, prenderà il nome di “Cinema documentario”, esse sono più descrittive che narrative. Poter “registrare la vita così com’è”, non era però ciò che interessava a Georges Méliès, che nel 1897, costruì un vero e proprio studio cinematografico, dove realizzò quei film a trucchi che diventeranno il suo tratto distintivo. All’inizio le sue immagini non riproducevano altro se non gli spettacoli di illusionismo che metteva in scena al teatro Robert Houdin; successivamente, sviluppando le storie, sempre funzionali a mettere in scena i suoi trucchi, Méliès moltiplicò la successione dei quadri, arrivando a comporne una trentina per quel lungometraggio considerato tra i suoi primi capolavori: Il viaggio nella Luna (1902). Il termine utilizzato per indicare la scena filmata, a questo punto, non è più veduta, ma quadro; i quadri, anche se in successione, funzionano in maniera autarchica: danno vita ad un’azione il più possibile completa che vi si svolge integralmente. L’inquadratura mostra un campo medio, finalizzato alla ripresa della scena nella sua totalità, e la macchina da presa è posizionata in maniera orizzontale e frontale. Tutti questi aspetti determinano un movimento centrifugo dei gesti e dei segni, movimento che si oppone a tutte le operazioni di centramento dello sguardo e dei personaggi, nonché del loro punto di vista. La messa in scena di Méliès riduce la profondità di campo a favore degli effetti di “superficie” e del “grafismo visivo”. Così avviene quello che può considerarsi il passaggio di testimone tra reale e immaginifico, tra il cinema prettamente documentaristico dei fratelli Lumière al cinema fantastico di Georges Méliès, considerato, a tutti gli effetti, il pioniere del genere. L’evento proposto sui cortometraggi di inizio secolo, offre una rapida carrellata tra le primissime visioni fantastiche, da Emile Reynaud, con il suo Pauvre Pierrot (1892), una pantomina luminosa, ossia una proiezione animata per teatro ottico, inventata dal regista stesso, passando per Fantasmagorie (1908), di Emile Cohl, considerato il primo esempio di animazione ed il primo cartone animato della storia, secondo Howard Beckerman, nel suo Animation: the whole story, e la seduzione de The Centaurs (1921), del grande fumettista Winsor McCay; senza dimenticare i padri del genere, coloro che hanno portato la magia e l’illusionismo nel cinema, come Georges Méliès e lo spagnolo Segundo de Chomón; saranno presenti, tra gli altri, il corto di Louis Feuillade, con Le Printemps (1909), di Edwin S. Porter e Dream of a Rarebit Fiend (1906), basato su un fumetto di McCay, e Percy Stow e Cecil M. Hepworth, con Alice in Wonderland (1903), datata trasposizione cinematografica del romanzo di Lewis Carroll. Il viaggio fantastico si muoverà tra il bianco e nero di inizio secolo, con qualche incursione nella magia del colore, nell’incanto del cinema muto, inteso non come non-linguaggio, ma come vero e proprio strumento di comunicazione alternativo, che conduce lo spettatore moderno in una condizione di percezione nuova, rendendolo partecipe di un “discorso interiore, attraverso uno sforzo particolare nell’arte di immaginare” . Dai corti di inizio secolo che saranno mostrati nel corso della rassegna, accomunati dall’avere adottato un linguaggio cinematografico fantastico, spaziando tra visioni fantascientifiche, irreali, comiche, illusorie e a tratti venate da influssi orrorifici, traspare la prorompente carica seduttiva della capacità di manipolare il reale in maniera totalmente anarchica, scevra da compromessi, libera di esprimersi seguendo i binari della fantasia e di portare in scena la fascinazione di uno sguardo puro, autentico e sincero. Mariangela Sansone Schede film Pauvre Pierrot (1892) 4’58’’, di Charles-Émile Reynaud, è una pantomima luminosa (Pantomime lumineuse), una proiezione animata per teatro ottico inventata dal regista nel 1888 e proiettata per la prima volta in pubblico al museo Grévin di Parigi, nel 1892. È stato il primo spettacolo di immagini in movimento proiettate ad un pubblico, precedente di tre anni alla prima proiezione di film di Auguste e Louis Lumière. Cinquecento immagini dipinte individualmente, a mano, su lastre di vetro. Santa Claus (1898) 1’33’’, di George Albert Smith. Ipnotista, medium, astronomo, si cimentò nell’uso della lanterna magica, uno strumento che anticipò la cinepresa ed il cinema, e fu uno dei pionieri del Cinema britannico. George Albert Smith è tra i più importanti esponenti di quella che fu definita da Georges Sadoul la Scuola di Brighton. In Santa Claus, Smith ricorre alla doppia esposizione, tecnica per mostrare, al contempo, due azioni che si svolgono nello stesso momento. The Big Swallow (1901) 1’07’’, di James Williamson. Altro pioniere del cinema inglese, pure appartenente alla Scuola di Brighton, Williamson plasmò questa sua opera ricorrendo a diverse inquadrature fisse e ad effetti di ingrandimento, ottenuti avvicinando fisicamente l’obiettivo al soggetto ripreso. The magic sword, di Robert W Paul (1901) 2’51’’. Il cavaliere, la principessa e i mostri; storia di un amore difficile, narrata da Paul con poesia e con effetti cinematografici inediti ed ancora poco usati, come la doppia esposizione, la sovrimpressione ed i trucchi “magici” di sparizione/apparizione. Alice in Wonderland, di Percy Stow and Cecil Hepworth, (1903) 9’32’’. Prima trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Lewis Carroll. È un’opera suggestiva e con soluzioni originali, con scene costruite in quadri ed effetti ottici di rimpicciolimento; racconta, per sommi capi, i momenti salienti della storia carrolliana. The Merry Frolics Of Satan, di Georges Méliès, (1906) 6’33’’. Diretto ed interpretato da colui che è ritenuto, a tutti gli effetti, il padre del genere fantastico, Georges Méliès. Realizzato in trentacinque tavole, è un adattamento libero della storia di Faust, con qualche tocco di ironia. Dream of a Rarebit Fiend, Edwin S. Porter, (1906) 7’09’’. Basato sul fumetto Dream of the Rarebit Fiend di Winsor McCay, che veniva pubblicato come striscia sull'Evening Telegram di New York e sul New York Herald. Ironica, visionaria e surreale, l’opera si avvale di diversi effetti speciali cinematografici, riuscendo a ricreare, attraverso le oscillazioni della mdp, il senso di annebbiamento e di smarrimento tipici dell’ebbrezza. Le Pied de mouton, Albert Capellani, (1907) 13’07’’. Un fantasy di inizio secolo che vede tra i suoi protagonisti una fata, un giovane innamorato e la donna da riconquistare. Magie, amuleti e immagini suggestive nel film prodotto dalla Pathé Frères, che lo esportò anche in America. Fantasmagorie, di Emile Cohl, (1908) 1’16”. Opera d’animazione, considerata il primo esempio di cartone animato della storia del cinema. Cohl conciliava l’esperienza delle pantomime del teatro ottico di Émile Reynaud ed il cinema dei Lumière. L’effetto è quello del disegno a gesso su di una lavagna. The Electric Hotel, di Segundo de Chomon, (1908) 9’31’’. Allievo di Georges Méliès, mise a punto una tecnica di colorazione a mano dei fotogrammi e il giro di manovella, primitiva espressione di animazione a passo uno, che usò proprio in questo cortometraggio, ispirato al film di James Stuart Blackton del 1907, The Haunted Hotel, riuscendo a simulare il movimento autonomo degli oggetti ripresi.. Le Printemps, di Louis Feuillade (1909) 6’57’’. Cortometraggio giocoso e poetico dal padre dei serial francesi, da Fantômas a Les Vampires, senza dimenticare lo splendido Judex. Qui la sua lirica si fa più lieve, confezionando un’opera elegante e delicata. Princess Nicotine, di J. Stuart Blackton, (1909) 5'. Basato su un musical con protagonista Lillian Russell, due fatine giocano con la pipa di un fumatore tra effetti speciali e acrobazie. È uno dei primi casi di pubblicità indiretta nel cinema. Frankenstein, di J. Searle Dawley, (1910) 12’41’’. Fu il primo adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Mary Shelley. Prodotto dalla Edison Studios, per molti anni si sono perse le tracce di questo corto, che è stato a lungo considerato definitivamente smarrito. Ricco di immagini affascinanti ed a tratti inquietanti. A Trip To Mars, di Thomas Edison, (1910) 5’06’’. Il fascino dell’esplorazione e del viaggio nello spazio alla scoperta di nuovi mondi contagiò anche Thomas Edison che, nel 1910, girò uno dei primi cortometraggi di fantascienza. Un matrimonio interplanetario, di Enrico Novelli: (1910) 12’30’’. Cortometraggio italiano che rappresenta l’esordio dell’Italia nel fantascientifico. Diretto ed interpretato dal giornalista e illustratore Enrico Novelli, noto come scrittore con lo pseudonimo di Yambo. Una piacevole commedia dai toni leggeri. The Centaurs, di Winsor McCay, (1921) 2’08’’. Una lirica emozionante ed affascinante portata sullo schermo da Winsor McCay, disegnatore e fumettista dal tratto onirico e visionario. Creatore della serie Little Nemo in Slumberland, è riuscito a trasporre la poesia che impregnava le sue illustrazioni in questo corto che è puro incanto per gli occhi. Dr. Jekyll And Mr. Hyde, Lucius Henderson, (1912) 12’10’’. Dalla penna di Robert Louis Stevenson, con il romanzo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde le due figure iconiche dell’horror, approdano sul grande schermo nella versione di Henderson tra bianchi e neri polverosi ed atmosfere cupe.





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